17 Novembre

Santa Elisabetta d'Ungheria

Elisabetta aveva mani piccole e dita sottili e con le sue mani di principessa, nottetempo, pregava e filava la lana per farne della stoffa. L’avrebbe fatta cucire per donare un saio caldo ai suoi poveri e amati frati, i primi evangelizzatori giunti nella sua terra fredda e lontana a portare l’insegnamento di padre Francesco.
Era nata in una famiglia nobile ungherese ma la sua condizione sociale, che nel XIII secolo imponeva una divisione netta tra poveri e ricchi, ancor più grande se nobili, non la trattenne dall’abbracciare, contro ogni regola del suo tempo, una vita lontano dalla ricchezza e dagli agi. Se stava nel mondo Elisabetta lo faceva solo per rimanere accanto ai poveri. E sfidando tutti, sopratutto i familiari del marito a cui era stata promessa all’età di 4 anni, si dedicò completamente a loro. Moglie e madre amorevole, fin dal giorno del suo matrimonio con Lodovico IV, langravio (principe) di Turingia (una regione della Germania) pose l’amore al centro della sua esistenza. Amore per la sua famiglia, ma soprattutto amore per i poveri, per i malati, per i lebbrosi, per tutti coloro che privi dell’essenziale a lei si rivolgevano per avere un aiuto: un pezzo di pane, un vestito, una preghiera. Tutti loro, i minores del tempo di Francesco, divennero la sua famiglia, quella più grande e bisognosa, ogni giorno in attesa di un suo gesto di carità.
Al diffondersi della sua proverbiale generosità in molti cominciarono a bussare alla porta del suo castello, la fortezza di Wartburg ad Eisenacht, in attesa che lei comparisse con le mani colme di doni. In quel luogo abitò fino alla morte del suo consorte, colpito dalla peste sulla via della Sesta Crociata. Poi, forse per sua scelta o perché allontanata da chi non approvava il suo comportamento, ritenuto troppo munifico, abbandonò il castello e iniziò a vivere in povertà tra coloro che ella amava. La sua legenda racconta che al momento di lasciare la fortezza che dominava il borgo di Eisenacht fece intonare alle quattro ancelle, che con lei avrebbero condiviso il cammino di carità, il canto del Te Deum. Lodando Dio e confidando nella sua maestà accolse la sua vera vita e la fraternità che ne sarebbe nata. Nella notte del Venerdì Santo del 1228 pose le mani sull’altare spoglio della cappella francescana di Eisenacht, che lei stessa aveva donato ai frati, ed emise la professione pubblica. Da quel solenne momento, come segno esteriore visibile a tutti assunse l’abito grigio della penitenza che vesti anche nella morte. Prima di lasciare tutto volle fare del bene che restasse per tutti. Fece così costruire tre ospedali: uno ad Eisenacht e uno a Gotha. L’ultimo fu quello di Marburgo, che pose sotto la protezione di san Francesco, canonizzato qualche mese prima da papa Gregorio IX.
Con le sue mani di principessa non si risparmiò nessun lavoro, spesso imparato dalle sue ancelle divenute le sue sorelle: preparò i pasti per gli ammalati, lavò i piatti, toccò le ferite purulente dei lebbrosi. Elisabetta crebbe in carità secondo l’insegnamento di Francesco: servendo i poveri, gli emarginati e i pellegrini, praticando la penitenza e la mortificazione e compiendo opere di misericordia. Elisabetta, ormai dedita alla sua nuova esistenza, mori a Marburgo nel 1231 a 24 anni. Beata per volere della gente e santa per grazia di Dio anche lei, come san Francesco, fu canonizzata pochi anni dopo il suo transito da Gregorio IX. Sull’esempio della sua vita nacquero e crebbero fraternità di vita e di preghiera ispirate dalla spiritualità francescana. Il Terz’Ordine Francescano (oggi Ordine Francescano Secolare, femminile e maschile) di fatto nacque con lei e con la sua prima fraternità attiva nel mondo, il primo esperimento di vita femminile consacrata fuori dalla clausura.

(Gabriella Polifroni by #CanepaLab)

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